ARIA DI PROGETTI

27 novembre 2009

È incredibile. Sono salita sull’aereo per Lilongwe ed ho subito respirato l’odore del Malawi. È la pelle dei miei compagni di viaggio che si esprime in modo inconfondibile! Provo una bella sensazione, di cose fatte, sensazioni vissute, ricordi collezionati. Mi sento a casa.

 

28 novembre 2009

La scorsa notte Grace, la sorella della maestra Veronika, mi ha ospitata per la notte! È venuta a prendermi all’aeroporto e mi ha accolta con una busta piena di popcorn perché Ernest le ha detto che ne vado matta! Non credo di aver mai ricevuto accoglienza migliore. Sincera, deliziosa, semplice e.. geniale!

Anche questa mattina si è svegliata prima per riscaldarmi l’acqua nella tinozza in cui ho fatto la “doccia” e ha confezionato la merenda per il mio viaggio: bustina di popcorn, samosas fatta da me ieri sera e aranciata. Come una mamma. Come la Jenny che quella mattina metteva dentro lo zainetto della scuola il succo di frutta ed il panino per il Tato ed il Lele. È stata troppo carina!

Ora sono alla stazione dei bus. Sono già due ore che aspettiamo un pullman che raggiunga Maldeco, a più o meno 400 chilometri da Lilongwe. C’è tanta gente. Troppa. Non sono più abituata. C’è odore di pesce, pipì, pelle nera, malawiana, frittelle. È impossibile mi si intorpidisca il naso! Ci sono mosche in ogni dove. Non faccio che prendermi a schiaffi le gambe, i piedi, le braccia ed il viso. Tutti gli altri le lasciano sorvolare intorno a loro come rassegnati alla loro presenza. I bimbi le hanno sui nasini sporchi e sembrano non accorgersene affatto. Voglio provare anche io!

È pieno di colori intorno a me. Non fanno che passare donne e uomini carichi di quelle buste che penso usino oramai solo le nostre nonne. Sono quelle di fili di plastica intrecciata bianca, rossa e azzurra.

Aspettiamo tutti. In Malawi sono due settimane che scarseggia il petrolio. Pare che il governo abbia ingenti debiti con le industrie produttrici del bene nero tanto prezioso che quindi a smesso di erogarne. Probabilmente sarà un’impresa raggiungere la missione..

Passo il tempo ad osservare quanto accade intorno a me. Barcollanti per il caldo e qualcuno per la birra passano ragazzi che vendono ogni cosa: bibite, dolcetti, samosas, ghiacciolini, ombrelli, pettinini, orecchini, lucida labbra, palloncini con acqua fresca, paia di scarpe. Un tizio sta mettendo tre polli vivi e scalpitanti in uno di quei sacchi grandi neri che noi usiamo per la spazzatura. Dentifrici, uova, portamonete. Le bambine sono vestite a festa. Poster di Gesù, palloni da calcio, cover per telefonini, scodelle. Le donne con pesanti sacchi o valigie sulla testa e bambini ancorati sulle schiena con i citengi camminano in perfetto equilibrio su tacchi pericolanti.

Proprio non la riesco a lasciare la mosca sul naso!

Il bus ancora non si vede. Accanto a me ora si sono seduti quattro uomini che ridono vedendomi scrivere. Uno di loro mi dice che ho una bella calligrafia e mi chiede se sono una scrittrice.

Mamma, ma quante mosche! Non se ne può più! E fa caldo! Arrivano altri bus diretti altrove. Si riempiono subito in modo caotico e violento tra urla e spinte..toccherà anche a me guadagnarmi un posto in questo modo..la cosa mi spaventa un po’ ma penso che non avrò problemi ad alzare i gomiti perché sono già quattro ore che aspetto e non ho alcuna intenzione di perdere quella che sarà la mia unica possibilità di raggiungere il villaggio!

Sono sul pullman!! Sono le 12.30! Come immaginavo è stata un’impresa erculea riuscire a salire. Dopo aver fatto una fila di venti minuti tra spinte e caos con 18 chili sulle spalle per conquistare un biglietto, mi sono ritagliata un posticino. In piedi! Mi vengono in mente tante domande evidentemente idiote come: perché non facciamo una fila ordinata per raggiungere la biglietteria? Perché urliamo che non si capisce nulla? Perché spingiamo che con questi pesi sulle spalle cadiamo tutti? Ma soprattutto se il bus è da 72 posti a sedere perché ne avete venduti almeno altrettanti in piedi?

Ma non importa nulla. Ora si sta davvero partendo e il mio viso, come quello di tutti quelli che sono riusciti a salire, si veste di un sorriso compiaciuto perchè nonostante le mie domande ed il fatto che stiamo stipati come sardine appena raccolte, noi, i fortunati, raggiungeremo la meta tanto attesa! Certo, mi spaventa l’idea di farmi tre ore di viaggio in piedi appiccicata ad altri in piedi accanto, dietro, davanti a me su di un pullman obsoleto e fatiscente che emette suoni poco rassicuranti. Ma non ho alternative.

Sono passate forse un paio di ore. Un uomo si è alzato per cedermi il posto. Probabilmente il mio corpo manda chiari segni di una stanchezza che mi porto dietro dopo quattro giorni di viaggio e attesa non ancora finiti. In effetti mi fanno male i piedi e la schiena non so più come sostenerla. Grazie. Ne avevo bisogno.

Sono le 17 e non siamo ancora arrivati. Ho restituito il posto seduto al suo titolare. Grace mi aveva detto che ci avremmo impiegato al massimo quattro ore… sto impazzendo! Io che sono un’amante degli odori, che riesco a trovarne la gradevolezza in tutti ma proprio tutti (tranne quello che emette una pelle che trasuda alcool), inizio a non poterne più di quelli che abbiamo creato in questo ambiente ristretto. Le nostre pelli sono pregne di stanchezza e sudore. Mi stanno nauseando. Voglio scendere!

Se potessi lo farei… probabilmente domani (ma facciamo anche dopodomani) sarò contenta e fiera di averlo fatto, ma in questo momento mi sento una folle ad aver voluto affrontare un viaggio del genere.

Mi viene però da pensare ai viaggi della speranza che affrontano tanti africani per raggiungere l’Italia o agli smistamenti nei campi di concentramento. Provare ad immaginare le sofferenze degli altri aiuta sempre. Posso farcela.

La gente mi continua a chiedere se sono una scrittrice. “no”. Una giornalista? “nemmeno”. Allora perché e cosa continuo a scrivere sulle spalle del cristiano che mi sta davanti? Non lo so nemmeno io che cosa ho scritto. So solo che almeno tento di far scorrere il tempo riempiendolo dei colori delle mie sensazioni e insensatezze. Ridono. Che ci sarà mai da ridere non saprei. Però contagiano anche me.

Il bus si è fermato alla stazione di Maldeco alle 19.30 dopo sette ore di viaggio. Gli ultimi sette-ottocento metri che mi separavano da un letto li ho fatti a piedi con i miei 18 chili sulle spalle. Ad attendermi sulla porta di casa per la prima volta non c’era Federico.

 

29 novembre 2009

È domenica. Le campane questa volta non hanno sortito alcun effetto su di me. Niente ricordi di casa di nonna Rosa o altri pensieri bucolici. Stamattina no. Vorrei anzi la smettessero di suonare!!

Don Andrew che ha preso il posto di Federico mi aspetta per la colazione  e l’imperdibile messa in un villaggio lontano. Sono stanca ma per nulla al mondo mi perderei quella straordinaria sensazione che si prova nello stringere le mani di tutti ma proprio tutti i fedeli che riempiranno la chiesa.

In macchina mi accorgo che il Malawi mi svela un’altra faccia di se. È verde ed io non l’ho mai visto così pieno di vita. Ancora non c’è acqua ma si respirano odori diversi. Mi sembra di non essere mai venuta qui. Ovunque mi giri vedo baobab in fiore! Sono bellissimi! E poi ci sono quegli alberi dai fiori rossi che piacciono tanto a te!

 

30 novembre 2009

Le scuole sono chiuse da una settimana e per un’altra settimana. Così questa volta non sono io che vado a cercare i bimbi nelle classi ma sono loro che un po’ alla volta vengono a trovare me. I più grandi con diffidenza e distacco. Alec non si è ancora presentato.. Yusuf fa il prezioso.. c’è qualcosa che non va..

Arrivano anche Lawrence e John e mi accompagnano a piedi in fattoria Utawaleza! 6 chilometri ad andare e altrettanti per rientrare! Sotto il sole!

Ci si racconta e si parla di progetti insieme. Si sogna. Tanto per cambiare.

Che hanno i bambini? “è perchè ti aspettavano ad ottobre”. Lo so, ma non sapevo che nella Namibia avrei trovato un altro amore ed una nuova passione. Ora sono qui. Per la quarta volta.

Non so se sarò in grado di gestire tutti gli impegni che ho preso. Quello che so è che mi impegnerò al massimo per riuscirci.

 

01 dicembre 2009

Sveglia alle 4 per andare nei campi a zappare la terra! Ci abbiamo impiegato più di mezz’ora a piedi per raggiungere il terreno di John. Nonostante fosse molto presto io sentivo già tanto caldo. Sentivo la mia pelle umida  e insofferente.

Mentre camminavo non riuscivo a non pensare a nonna Rosa e nonno Marino che hanno curato l’orticello del casale per una vita. Ho qualche vago ricordo di quando andavamo a raccogliere le fragole con Alessandra.. mi fa sorridere e mi riempie di malinconia pensare a quanto la consapevolezza cambi la prospettiva delle cose che si fanno, che si vivono.

Abbiamo un passo veloce e superiamo diverse vecchiette con nipotini al seguito che vanno nella nostra stessa direzione. Quando alzano gli occhi assonnati e si accorgono che ci sono anche io ridono. Una donna dice che non crede che andrò a zappare la terra. No, dico: ah bella! ma per chi m’hai preso?

È faticoso. Molto faticoso. Si sentono i pianti dei neonati. Ce ne sono di due tipi: quelli che sono già in grado di rimanere in equilibrio seduti e quelli che proprio no. I primi vengono lasciati all’ombra sotto gli alberi dalle mamme che zappano instancabili. Non gli viene prestata cura. Tanto prima o poi si rassegnano all’idea di non ricevere attenzioni e smettono di lamentarsi. Le mamme certo non possono smettere di lavorare la terra altrimenti il prossimo anno che si mangia? I secondi invece seguono da vicino il lavoro delle loro mamme piegate a 90 gradi sulla terra, affagottati dietro le loro schiene. Questi si rassegnano meno e strillano di più tanto che ogni tanto le mamme già stremate si concedono una pausa ed insieme al sudore fanno uscire un po’ di latte dai loro corpi.

E ritorna il silenzio. Almeno per un po’.

Mi rendo conto che, al contrario del mio spirito, il mio fisico non è più pentathletico. In quelle ore sotto il sole sopra la terra avrei sopportato molto di più la fatica di otto da mille al campo delle Aquile! Allora, se proprio non ce la facevi più ti fermavi tra i borbottii e gli sguardi delusi di Marco, Riccardo o Fabio. Per chi invece fa questo lavoro tutte le mattine non è contemplata la possibilità di non farcela più, altrimenti ancora una volta, chi mangia il prossimo anno?

Per questi motivi non credo esista espressione metaforica più pertinente di quella che consiglia di NON  DARSI LA ZAPPA SUI PIEDI!

Rientrando a casa alle 7.30 del mattino sono esausta, totalmente priva di forze. John, Lawrence e Martina non smettono di cantare e ridere e francamente mi irritano. In questo momento vorrei percorrere il sentiero per casa in silenzio, ascoltando il fragore delle foglie cadute che si spezzano sotto i mie passi ed il fruscio di quelle ancora attaccate a questi splendidi alberi verdi. Rimpiango un po’ gli spazi desertici della Namibia..

Nel pomeriggio ho trovato le forze di raggiungere casa di Veronika, appena più in là la fattoria, in bicicletta. È sempre carina e soprattutto piena di idee e iniziativa per Bwalo Likule. Continuo a prometterle che non mollerò il progetto nonostante ancora la scarsa ricettività in Italia. Lei nutre speranza. D’altra parte non può fare altrimenti. A casa sua, a riposo sul suo buffo divano, mi chiede di sponsorizzare gli studi della figlia. Padre Bruno non c’è e non sa come soddisfare il desiderio di farla studiare. Dice che vuole diventare infermiera. Si chiama Magdaliso e assomiglia alla mamma in modo incredibile. Come dirle di no? Ora la troviamo una formula per aiutare i ragazzi che hanno voglia di studiare.

 

02 dicembre 2009

Intanto Don Andrew ed io sogniamo un progetto.. probabilmente più grande di noi, di me sicuramente, ma sarebbe fantastico, perfettamente rispondente alla politica di Lufelade… non ne parlerò. Non ancora.

Con Lawrence raggiungiamo a piedi qualsiasi posto. In questi 3 anni e mezzo ho camminato con lui al fianco più che con chiunque altro in tutta la mia vita. Mentre maciniamo chilometri coinvolgo anche lui nei miei sogni perché non esiste persona di cui mi fidi di più quaggiù.

Oggi mi ha accompagnata dal sarto a cui ieri ho portato a sistemare due paia di pantaloni. Mi è rimasta impressa la sua espressione sbigottita e un po’ contrariata quando glieli ho consegnati chiedendogli di modificarli a mia misura. Dice nella sua lingua qualcosa che devo pregare un pò Lawrence perché mi traduca. Alla fine imbarazzatissimo mi ripete in inglese: MA QUESTI SONO PANTALONI DA UOMO! Certamente! Ed io li adoro! E allora ride scuotendo la testa coperta da una scoppoletta il mio sarto musulmano che raramente alza lo sguardo dalla sua Singer che da noi farebbe epoca. Davanti a questa casetta di fango ricoperta di stoffe coloratissime che fanno brillare gli occhi ed illuminano il sorriso, mi sembra di rivedere mia nonna Melania..

 

03 dicembre 2009

Stamattina Alec mi ha chiamata in disparte e mi ha chiesto le sapato, scarpe, per lui e Yusuf. Yusuf non c’è; più tardi una delle maestre dell’Amama mi ha chiamata in disparte e mi ha chiesto un regalo prima che vada via; oggi pomeriggio Melia mi ha chiamata in disparte e mi ha chiesto uno zaino per poter frequentare la prossima classe.

Ad agosto con Luna, ho mandato più di trecento zainetti Lufelade donatici dalla gentilissima signora Vanda. Sono stati distribuiti prima negli asili e poi a tutti gli altri fino ad “esaurimento scorte”. Anche Melia ne ha ricevuto uno. “Si ma si è rotta una spallina!”.

“Melia cara, ma te lo devo dire io ancora e ancora che se c’è qualcosa di rotto è meglio provare a ripararlo piuttosto che andare a comprarne o, peggio, chiederne una copia nuova? Lo porti dal sarto tanto bravo così gli procuri lavoro e lui, con i soldi che gli dai in cambio del suo impegno, può comprare qualcosa di irreparabile ai suoi figli se non si deve ancora preoccupare di sfamarli. Se ti lamenti che non hai i soldi la prossima volta utilizzerai ciò che, fortunatamente, possiedi con più cura e premura”.

Vorrei avere la forza e la voglia di dirglielo ma, non posso negarlo: sono profondamente delusa ed amareggiata. Sono forse sensazioni “occidentali” e in quanto tali prive di fondamento qui? Lawrence mi consola e dice di no. È che sono più di tre anni che ci stiamo impegnando per cercare di rendere migliore il futuro di cui si  lamentano. Lo hanno chiesto loro. Ho come l’impressione di stare perdendo tempo.

L’arte dell’arrangiamento che appartiene alla loro cultura contempla anche l’elemosinare beni e favori all’asungu di turno o a chi di loro ha fatto carriera.

Io, Laura, non sono brava a prendermi cura della MIA vita: al contrario di quello che possono presumere non ho mezzi economici a sufficienza per soddisfare tutte le loro richieste. E comunque non lo farei perché per quanto ho imparato ad amarli incondizionatamente non sono disposta a dargli senza condizioni. La mia condizione è Lufelade e Lufelade ha creato Bwalo Likule. Ancora una volta questo progetto si mostra in tutta la sua bellezza ed utilità.

Ripongo in lui tutta la mia fiducia, la mia speranza. Prima o poi costruiranno la loro dignità ed il loro orgoglio. Prima o poi vorranno farcela da soli. Prima o poi smetterò di sentirmi così.

La luna sorge pienissima sul lago convinta anche lei che sarà così. “però ora basta” mi dice. Mi prende per mano e mi accompagna lontano spensierata per raggiungere te.

 

04 dicembre 2009

Ho passato la giornata a pedalare! Penso che avrò fatto non meno di 40 chilometri in bicicletta!

Questa mattina sono andata in un villaggio sulle montagne con Obrey, il ragazzo che gestisce la biblioteca perché ha messo in piedi un piccolo asilo nido. Non c’è una struttura. È una sorta di capannone senza pareti alla cui ombra i bambini imparano l’alfabeto, i giorni della settimana ed i mesi dell’anno. È molto carino. Oggi poi era l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie ed i bimbi hanno mostrato ai loro genitori tutto ciò che hanno imparato in questi mesi. Questo asilo in poche ore mi ha dato l’impressione di costituire un faro per i villaggi della zona. Ci sono bambini che vengono da lontano. Chiaramente a piedi. Anche da 7 chilometri. È stato buffo notare come alcuni di loro si sono presentati al momento in cui c’era da andare a casa! Inconcepibile.. that’s Malawi!!

Nel pomeriggio invece sono stata all’Utawaleza a discutere con Kumvama, Dyson e Madaliso di un nuovo e necessario progetto che vorrebbe sostituire l’attuale sistema di approvvigionamento d’acqua in fattoria. Quella presa dal sottosuolo infatti, è troppo salmastra e non alimenta in modo adeguato le piantagioni. Inoltre per 3 mesi l’anno, durante la stagione secca, l’acqua scarseggia bloccando il ciclo produttivo. Per questo ora vorrebbero prendere l’acqua direttamente dal lago. Acqua fresca tutto l’anno! Servono quasi 2000 euro. Li troveremo. Sarà LA SORGENTE DI MONICA: lei respirerà tutta la vitalità della vita che si sviluppa intorno al lago e ne nutrirà le piantagioni!

Girasoli per Chicca, Iaia, Benny e Filippo.

 

05 dicembre 2009

Lascio la missione per raggiungere la città. È tempo di parlare con i grandi, con gli uomini sempre BUSY per capire la fattibilità di certi progetti!

Lungo la strada mi meraviglio ancora di quanto sia bello questo paese. Con questi colori poi.. verde e marrone! Quando andavo a scuola elementare ricordo perfettamente che al momento del disegno libero, il mio soggetto principale era l’albero dal tronco marrone e la chioma verde! Un po’ perché onestamente era l’unica cosa che sapessi disegnare in modo non stilizzato, l’unico a cui riuscivo a regalare un’anima; un po’ perché adoro il verde ed il marrone insieme! Solo verde e marrone. Il Malawi ora è tutto verde e marrone! C’è anche qualche tratto di rosso. Quello delle pile di mattoni accatastate, della terra delle zone più aride, dei fiori di quegli alberi meravigliosi. Rosso come le melette del mio albero.

In ogni dove ci sono uomini, donne e bambini che lavorano la terra dandole il colore più scuro del movimento. È troppo bello il Malawi!

Nei pressi della città ho l’impressione di essere in India, a Puri, dove anche le formiche fanno fatica a trovare un pertugio per procedere avanti, indietro, di fianco, insomma una via di fuga. Lilongwe mi sembra invivibile. Ma quante persone ci sono????

Forse per la prima volta in tutta la mia vita, soprattutto dopo aver vissuto 5 mesi in Namibia, capisco il significato ed il significante dell’espressione “densamente popolato”. Ci abbiamo messo tre ore ad arrivare in città; ce ne è voluta una per raggiungere casa di Grace. Ma d’altra parte di cosa mi lamento? In bus ci avrei impiegato molto di più!

E poi ci sono pensieri più grandi a cui dedicarsi.

 

 

 

 

 

ARIA DI PROGETTIultima modifica: 2009-12-11T19:14:00+00:00da lufelade
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